PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla violazione dei diritti umani nel mondo, l’audizione di Gustavo Petro, rappresentante del Polo democratico alternativo. Il senatore Petro è accompagnato dal dottor Bernardo Zuluaga, coordinatore del Comitato italiano del Polo democratico alternativo, dal dottor Felipe Arango, componente del Comitato e dal dottor Leonardo Mazza, responsabile della comunicazione del Comitato. Vi ringrazio per la vostra partecipazione. Non è la prima volta che affrontiamo in sede di Comitato permanente sui diritti umani la questione della Colombia. Do la parola al senatore Petro per la sua relazione.
GUSTAVO PETRO, Rappresentante del Polo democratico alternativo. Vi ringrazio per l’attenzione che dedicate a me e in sostanza alla Colombia. Parlerò della mia percezione, basata su quindici anni di esperienza di vita parlamentare colombiana, di ciò che mi pare stia succedendo nel Paese, e soprattutto della possibilità di iniziative internazionali a favore della Colombia in un campo che per noi è cruciale, quello dei diritti umani. La Colombia detiene una serie di record nelle statistiche contemporanee: è uno dei paesi del mondo con le maggiori disparità sociali. L’America latina è la regione con più disparità, ma la Colombia è di gran lunga ai primi posti per le disparità sociali. Inoltre è uno dei paesi più violenti, con un tasso di omicidi per 100.000 abitanti che è stato anch’esso, soprattutto nel passato recente, il più alto del mondo. Oggi è fra i primi dopo l’Iraq e alcuni altri Paesi. La Colombia ha uno degli indici più alti di sfollamento forzato della popolazione, all’interno e sempre più all’esterno del Paese; gareggia per il primo posto con il Sudan e l’Iraq. Oggi le statistiche parlano di 3.600.000 persone sfollate con la forza dalle loro case e dalle loro terre all’interno della Colombia. Oltre a ciò è il paese del continente americano in cui, negli ultimi quarant’anni - anche comprese le dittature del cono sud dell’America latina, gli episodi guerra rivoluzionaria e controrivoluzionaria in America centrale - i crimini contro l’umanità provocano il maggior numero di vittime e sono commessi con la più grande ferocia. Questa, oggi, è la Colombia: un Paese in cui, secondo il procuratore generale della Nazione, vi sono 4.000 fosse comuni non individuate con circa 30.000 corpi fatti a pezzi. È forse l’unico Paese al mondo in cui, in certe regioni, si è giocato al calcio, ma non con palloni da football come in Italia e in Argentina, bensì con teste umane; è il Paese in cui, nelle violenze recenti, sono morti negli ultimi otto anni più di 200.000 colombiani e dove ci sono circa quattro milioni di cittadini che vivono all’estero, cifra che tende ad aumentare sempre più. Il perché di tale situazione? Il perché di queste statistiche? Il Governo colombiano in un discorso ufficiale oggi replicherebbe semplicemente: «Perché esiste il narcotraffico...» oppure «Perché, non si sa da dove, è uscita fuori una banda di terroristi che ha provocato questo o quel tipo di violazioni e crimini contro l’umanità». Se fossero le FARC a parlare da questa tribuna direbbero che è la risposta di uno Stato terrorista a una lotta rivoluzionaria. Il problema è molto più complesso di questi due discorsi, e tenterò di spiegarlo.
La Colombia, come il resto dell’America latina, ha prima subìto il retaggio del feudalesimo spagnolo, che ci ha scaraventati nel ventesimo secolo in condizioni di disuguaglianza sociale patente e di profondissima arretratezza dei rapporti produttivi e sociali nelle campagne. Il mondo rurale colombiano seguita oggi ad essere determinante nel Paese. Dei 44 milioni di colombiani, 15 vivono ancora della e nella campagna. Ma come nella maggior parte dei Paesi dell’America latina, nel ventesimo secolo si è prodotta una polarizzazione sociale, che nel contesto della guerra fredda si è tentato di dirimere con le armi, le guerre; si sono costruiti movimenti guerriglieri di tipo socialista o comunista e anche le forze armate, come gli altri eserciti latino americani, hanno creato, con l’ausilio della dottrina di sicurezza nazionale elaborata negli Stati Uniti, una strategia anti-insurrezionale fondata su una compressione su vastissima scala dei diritti umani della società, sulle restrizioni della democrazia.
Il Paese, come il resto dell’America latina, ha vissuto un’epoca di stato d’assedio, praticamente di dittatura in borghese, senza garanzie per i cittadini, ma con l’andar del tempo - e questa è la storia specifica della Colombia - si è prodotta una differenziazione che è indispensabile conoscere: il suo tratto saliente è che le squadre della morte costituite dall’esercito colombiano per colpire le basi di appoggio popolare delle guerriglie comuniste negli anni Settanta, ben presto, e in modo molto caratteristico, molto colombiano, si sono collegate con il narcotraffico. Quest’ultimo era in sostanza una mafia radicata nelle grandi città, esistente da una quarantina o piuttosto una trentina d’anni. Cominciò a diffondersi nel Paese esportando inizialmente marijuana, poi cocaina, ma era un fenomeno puramente urbano. A mano a mano che sorgeva l’esigenza di collocare le sue piste di decollo per l’esportazione della coca in luoghi relativamente isolati rispetto alle grandi città, ma molto vicini al mare per poter raggiungere gli Stati Uniti o l’Europa, cominciò ad aver bisogno di una certa copertura in termini di sicurezza. Cominciò a costruire quello che io definisco il modello di sicurezza privata mafioso: un sistema che gli permettesse di proteggere le piste da dove decollavano 10 o 15 voli quotidiani di piccoli velivoli, che tornavano carichi di dollari. Per mesi, per anni, questo è stato il modello di base dell’economia del narcotraffico.
Per poterlo applicare, avevano bisogno di un sostegno della società e dello Stato attorno alle piste. Mantenimento delle piste, maggior esportazione di coca, maggior necessità di controllare la società e le articolazioni territoriali dello Stato, a questo scopo il narcotraffico è ricorso a due strumenti: il primo, quello impiegato da qualsiasi mafia, il denaro, il secondo, il terrore, per costringere al silenzio sulle loro attività la società circostante. È quella che io definisco la costruzione sociale di una rotta per l’esportazione della droga. Avevano bisogno che la società non possedesse né capacità di resistenza, né capacità di opposizione al loro progetto, e il metodo non è stato altro che il terrore, già adoperato in altre parti del mondo per altri motivi, magari anche in Europa. Metodi che permettessero di terrorizzare a tal punto i cittadini, da farli cessare di essere tali. Eliminare le loro strutture associative, la loro capacità di resistenza e opposizione a tale modello.
Si prese a elaborare una tecnologia della morte sempre più sofisticata. Questa tecnologia della morte - non sto dicendo nulla di nuovo - implica non la semplice uccisione di un essere umano per una ragione x - perché è un dirigente, perché si oppone, perché può vanificare la possibilità di esportare cocaina, perché fa parte di un progetto che si scontra con questo progetto mafioso - bensì l’ucciderlo in modo tale che i superstiti possano poi raccontare a tutti gli abitanti della zona: «L’hanno ammazzato così, non fatevi illusioni sulla necessità di tacere». Questo genere di omicidio si distingue per le modalità: squartamenti, stragi, gente fatta a pezzi da viva. Uccisioni di neonati, bambini, donne, fosse comuni, irruzioni nei casolari, con incendio delle case e sterminio degli abitanti, ma lasciando sempre dei superstiti perché possano riferire. Uccidere questa gente in un modo tale da terrorizzare chi sopravvive. Di qui l’incremento degli sfollamenti forzati di gente che fugge atterrita dalla propria regione, e di qui la crescita dei casi di violazione dei diritti umani, nelle statistiche ufficiali internazionali al riguardo. Orbene, questi poteri mafiosi non sono gli unici violatori dei diritti umani, perché allo stesso tempo usano altri strumenti, diversi dal terrore, per costringere al silenzio la società che circonda il meccanismo di esportazione della coca. L’altro strumento è l’acquisto delle strutture statali circostanti. Non solo il bavaglio alla società, ma anche la cooptazione dello Stato. Cominciano dal capo della polizia locale, dal giudice, dal procuratore, dal sindaco, dal consigliere municipale, dall’autorità militare più vicina, dai dirigenti politici regionali che, se non si sottomettono, o se ne vanno o vengono uccisi. E a mano a mano che il progetto mafioso si è esteso a tutto il Paese, è cresciuta l’influenza esercitata dal narcotraffico sull’esercito, sulla polizia, sul parlamento nazionale, sulla vita politica, sull’apparato giudiziario. Mentre s’impennavano le statistiche degli omicidi e le violazioni dei diritti umani cresceva anche la capacità di penetrazione nello Stato. Questa storia è andata avanti trent’anni, e oggi siamo davanti al fatto che buona parte dei pubblici poteri, in Colombia, «appartiene» al narcotraffico. Praticamente non c’è angolo della vita produttiva, economica, sociale o politica in Colombia che non subisca l’influsso - positivo o negativo - dei poteri mafiosi.
Ciò ci ha portato innanzitutto ad una situazione di profonda disparità sociale, perché il consolidamento di questi poteri mafiosi radicati nel territorio non è servito soltanto ad esportare apertamente la cocaina nel mondo sviluppato, ma anche a concentrare le ricchezze locali, in primo luogo le terre, poi le risorse naturali, in primis il petrolio, poi le risorse pubbliche, i bilanci dei municipi, tanto che i detentori del potere locale sono potuti diventare grandi possidenti spossessando illegalmente la società zittita dal terrore. Questo processo non dà adito solamente a violazioni dei diritti umani, ma anche a disuguaglianza sociale e perdita dei diritti di cittadinanza, perdita di democrazia in termini assoluti. Oggi quindi la Colombia può godere - o può fare sfoggio - di una costituzione politica profondamente democratica, con elezioni ogni quattro anni, ma al tempo stesso presenta uno dei panorami più sconfortanti in quanto alla violazione dei diritti umani. Sembra democratica, ma in realtà, in gran parte del suo territorio milioni dei suoi cittadini sono soggetti a un regime dittatoriale totalitario e mafioso che ne controlla la vita, regola persino i minimi dettagli della vita privata: come ci si veste, come si parla, che cosa si può dire o no, pena la morte inflitta con i sistemi della tecnologia del terrore.
Il Governo del Presidente Uribe ha deciso di trattare con queste formazioni, che oggi costituiscono i principali esportatori di cocaina, ed ha a intavolato con loro una trattativa politica, facendoli assurgere allo status di soggetti politici nell’ambito della società colombiana. Una trattativa politica con il narcotraffico e i suoi eserciti privati significa, come ogni trattativa politica, una trattativa sul potere. E il narcotraffico vi ha ravvisato una sorta di meccanismo di legittimazione del suo potere nella società colombiana attraverso quella che è stata chiamata la Legge per la giustizia e la pace, approvata dal Parlamento, fra l’altro, da una maggioranza che fu possibile costituire solo grazie al supporto dei parlamentari amici del narcotraffico, oggi incarcerati.
Stavano elaborando una legge per l’impunità che avrebbe consentito ai capi degli eserciti privati di godere delle proprie ricchezze, ammassate con il sangue e la distruzione, di mantenere il proprio potere politico e non scontare nemmeno un anno di galera. Tre anni fa la Corte costituzionale, a seguito della nostra opposizione in Parlamento, ha deciso di modificare radicalmente questa legge già approvata, attraverso il meccanismo del vaglio di costituzionalità. Per prima cosa ha revocato lo status «politico» agli eserciti privati del narcotraffico. Ciò facendo, si è passati da una trattativa politica, come auspicava l’attuale Presidente, a una politica di assoggettamento alla giustizia dei paramilitari e di giustizia resa mediante atti giudiziari. Come condizione sine qua non per usufruire dei benefici giudiziari è stata fissata l’esistenza di una confessione completa e veridica. Sono cioè cambiate radicalmente le regole della trattativa fra il Governo e il paramilitarismo colombiano. La Corte ha trasformato la legge, l’ha spinta nel senso di un’autentica politica di assoggettamento alla giustizia da cui potesse scaturire la verità, riducendo l’impunità e offrendo un risarcimento alle vittime che, come ho detto, sono milioni.
Da allora la discussione in Colombia si impernia sul discorso della verità. Uno dei dirigenti o capi paramilitari, purtroppo per l’Italia oriundo italiano, Salvatore Mancuso, ha deciso di farsi avanti per primo a confessare parte di ciò che sapeva e, fra la confessione di più di seicento omicidi e di una serie di fatti specifici, ha ammesso ad esempio che l’allora capo della polizia colombiana, oggi ambasciatore di Colombia in Austria, praticamente aveva messo tutta la flottiglia di elicotteri ufficiali della polizia al servizio del paramilitarismo per esportare cocaina. Ha confessato anche che per anni i due gruppi economici più importanti del Paese avevano stabilito di finanziare il progetto paramilitare. Ha confessato, ad esempio, che le principali multinazionali nordamericane e inglesi, le prime nel comparto bananiero a livello mondiale - le banane colombiane che consumate anche voi - e le seconde in campo petrolifero, avevano finanziato - anzi, i bananieri avevano persino costituito - eserciti privati che si erano accodati ai paramilitari. Ha confessato persino che l’attuale Vicepresidente della Repubblica aveva proposto - naturalmente prima di assumere le sue funzioni - la costituzione di un fronte paramilitare nella capitale del Paese, Bogotá.
Tale è stata la portata delle sue confessioni che ha scatenato una vera e propria crisi politica. Oggi, dieci senatori della Repubblica sono incarcerati per i loro legami con il paramilitarismo. La Corte suprema li ha fatti arrestare e imprigionare e si appresta, in questi giorni, ad arrestarne altri venti, che sono già indagati. Sono più di cento i dirigenti politici d’alto rango dell’Uribismo che oggi si trovano in carcere. Il direttore dell’intelligence, che rispondeva direttamente al Governo del Presidente Uribe, direttore del DAS (Dipartimento Amministrativo di Sicurezza), è oggi detenuto per i suoi legami con i paramilitari. Consegnava loro dei fondi pubblici, spettanti all’apparato di intelligence, e informazioni riservate, affinché i paras potessero assassinare dei dirigenti sindacali. Oggi è manifesto che c’è stata, o c’è, una stretta relazione tra narcotraffico e paramilitari da una parte, e lo Stato dall’altra, e che è grazie a tale legittimazione che hanno potuto perpetrare una tale mole di crimini contro l’umanità.
Oggi quindi il Paese è davanti a un bivio: può imboccare la strada della piena verità, per riuscire a separare completamente lo Stato dal narcotraffico. Una strada che ci consentirebbe innanzitutto di ridurre il potere del narcotraffico, di sottrarre almeno il potere dello Stato, il potere politico, che è il potere per eccellenza, e di garantire alla Colombia una transizione democratica, non nel senso di un cambiamento costituzionale, che già esiste, ma nel senso che tutto il territorio nazionale e tutti i 44 milioni di colombiani possano vivere in democrazia.
Questa strada oggi la si può imboccare e percorrere, tutto dipende dal fatto che, attraverso i benefici giuridici e gli sconti di pena, si riesca a indurre questi capi a dire la verità. La verità è divenuta il pilastro che potrebbe consentirci di accedere alla democrazia, realizzando la separazione fra narcotraffico e Stato, e rendendo persino possibile la soluzione politica del conflitto armato colombiano, la pace. Ma vi è un’altra strada possibile. Un po’ più d’un mese fa, il Presidente della Repubblica è intervenuto con un discorso, perché il Governo colombiano non ha gradito affatto il cambiamento introdotto dalla Corte costituzionale nella trattativa con i paramilitari. Nel suo discorso, il Presidente ha annunciato la scarcerazione dei politici arrestati, in quanto paramilitari, dalla Corte suprema e da altri organi giudiziari: insomma, dei suoi amici. Durante questo discorso ha annunciato anche che i capi del paramilitarismo detenuti avrebbero potuto scontare le proprie condanne nelle colonie agricole. Questo in colombiano, che non è esattamente uguale allo spagnolo, vuol dire nelle loro haciendas, cosa che i paramilitari avevano chiesto fin dall’inizio. In poche parole, ciò significa non perdere né il proprio potere a livello locale, né il potere politico, né le proprietà, né scontare un giorno di carcere. E questo discorso, pronunciato dal Presidente in persona, ha fatto sì che, dopo la prima confessione resa da Mancuso, nessun altro capo paramilitare sia tornato a deporre; anzi, il principale - e unico - quotidiano del Paese ha riferito ieri che nelle ultime tre settimane le cosiddette deposizioni giudiziarie si sono trasformate in fiestas: mentre a centinaia arrivano le madri alla ricerca dei figli trucidati, e aspettano davanti al Palazzo di giustizia che il capo paramilitare dichiari dove sono i loro figli, questi signori hanno allestito, nelle strade attorno al tribunale, veri e propri carnevali con alcol, orchestre, festeggiamenti, nel tentativo di apparire come leader politici amati dalla popolazione.
Non hanno ripreso a confessare, vale a dire che la strada che stiamo percorrendo in questi giorni è quella dell’impunità e dell’occultamento dei rapporti fra i paramilitari e lo Stato: ciò a partire dal discorso con cui il Presidente della Repubblica ha promesso loro tenute agricole e zero carcere. Se la strada che abbiamo preso è questa, la Colombia assisterà a una ripresa del paramilitarismo su vasta scala (di fatto ci sono già 8.000 combattenti reclutati dal paramilitarismo in diverse regioni del Paese). Crescerà la capacità dei paramilitari di «catturare» lo Stato, e tra guerre e traffico di droga ci avviamo a vivere, nei prossimi mesi o anni, una situazione realmente insostenibile in uno Stato fallito che non sarà riuscito a costruire la democrazia.
Il bivio è questo, e tutto dipende dalla verità. Il partito che rappresento, il Polo democratico, fondato appena tre anni fa, appartenente alla sinistra democratica del Paese, ha deciso di puntare tutto sull’affermazione della verità in Colombia, così da poter spezzare i rapporti fra il narcotraffico e lo Stato. Non sembra però che sia questa la strada intrapresa.
La richiesta molto concreta che vi sottopongo - perché sin qui abbiamo parlato della realtà interna colombiana - è questa: in che modo l’Europa, e l’Italia, possono contribuire a questo processo? A partire dalla consapevolezza che alla situazione colombiana, soltanto noi colombiani possiamo dare una soluzione reale, possiamo, se vogliamo, costruire le vie d’uscita più intelligenti e adeguate alla situazione che attraversa il Paese. Ma sulla strada della verità, delle pressioni da esercitare sui capi paramilitari per indurli a confessare la natura delle reti che hanno costruito tra politica, apparato statale e narcotraffico, per poterle debellare e distruggere, vi è uno strumento che è rimasto inoperante e che oggi mi sembra imprescindibile: la Corte penale internazionale. Il fatto è che stiamo parlando di criminali di guerra e di perpetratori del crimine di lesa umanità, non di delinquenti qualunque, oltre che dei maggiori trafficanti di coca che ci siano al mondo. La Corte penale internazionale - la Colombia è firmataria del Trattato di Roma - potrebbe inviare una missione di osservazione, semplicemente per prendere atto in situ di ciò che sta accadendo nel Paese.
Per la Corte sarebbe importante se, nel giro di due o tre anni, assumesse la competenza - speriamo che non ce ne sia bisogno - sul mio Paese. Per noi invece sarebbe importantissimo perché ai capi del paramilitarismo giungerebbe un messaggio, non solo ai paramilitari ma anche ai capi della guerriglia colombiana.
Ora cerco di andare alla conclusione del mio intervento perché da buon colombiano mi sto dilungando un po’ troppo. La missione di osservazione della Corte penale internazionale direbbe, di fatto, ai capi del paramilitarismo e della guerriglia che, se non si avvia subito una trattativa, se non c’è confessione completa e veridica, come disposto dalla Corte costituzionale, dinanzi alla giustizia colombiana oggi, il risultato finale sarà che loro stessi potranno essere giudicati dalla Corte penale internazionale, e allora non sarebbero condannati a un massimo di otto anni di prigione, ai sensi della legge colombiana, ma all’ergastolo. Perché si tratta dei criminali di guerra e degli autori di crimini contro l’umanità più feroci degli ultimi quarant’anni di storia del continente americano.
È indispensabile che questo messaggio sia emesso oggi, perché se a seguito di questa pressione loro decidono di confessare, allora costruiremo la strada che io chiamo della verità, che poi è quella della transizione alla democrazia e dunque a uno Stato fondato sui principi democratici. In tal modo si eviterebbe che la Corte penale internazionale giungesse un giorno a operare nel Paese. Una strada di rafforzamento democratico della società e dello Stato colombiani. La Corte penale internazionale agisce attraverso meccanismi che sono quelli della cittadinanza. Perché la Corte ha deciso di prestare attenzione al Congo e non alla Colombia? Questa non è una decisione preordinata. Dipende da una serie di decisioni consensuali tra i componenti della Corte, o dalla volontà del procuratore della Corte stessa - fondamentalmente da situazioni di indole politica nel senso più ampio della parola -, ma se forze politiche, Parlamenti, forze organizzate della società europea si muovessero per chiedere alla Corte penale internazionale l’invio di una sua missione di osservazione, non più di tre funzionari che per qualche mese possano svolgere sul terreno la necessaria attività di raccolta d’informazioni, ciò per noi si tradurrebbe nel messaggio che la Corte penale internazionale può giungere ad avere competenza sul nostro Paese, e questo metterebbe veramente in moto il processo.
In questo modo ci dareste un grande aiuto, anzi, questo sarebbe forse il più grande aiuto che potreste offrirci. Non costa un euro, in termini economici o finanziari, a parte il costo dei funzionari della Corte in Colombia, ma dal punto di vista dell’effetto politico sul processo colombiano permetterebbe a moltissime forze della società colombiana di andare avanti sulla strada della verità, della democrazia e di conseguenza della pace; infatti, la soluzione al conflitto armato che dura ormai da quarant’anni non è altra dalla democrazia, cosa che invece non siamo riusciti a vedere in queste trattative.
Mi fermo qua. Se ci sono domande - non so come funzioni il vostro meccanismo parlamentare - risponderò volentieri. PRESIDENTE. Abbiamo circa quindici-venti minuti a disposizione per rispondere ad eventuali domande che i parlamentari presenti vogliano formulare. Per le risposte sono presenti l’onorevole Tana De Zulueta del gruppo dei Verdi, l’onorevole Sabina Siniscalchi e l’onorevole Ramon Mantovani del gruppo di Rifondazione Comunista, l’onorevole Bruno Mellano del gruppo La Rosa nel Pugno, l’onorevole Alessandro Forlani dell’Unione dei Democratici Cristiani, nonché l’onorevole Margherita Boniver del gruppo di Forza Italia, che sta arrivando in questo momento.
RAMON MANTOVANI. In questa stessa aula, all’epoca del Governo Pastrana, si riunì il tavolo negoziale tra Victor G. Ricardo, Raul Reyes e le loro rispettive delegazioni. Questo Parlamento ha sempre riservato una grande attenzione alla violazione dei diritti umani in Colombia, sia nell’ambito della sua attività ordinaria che nel corso di missioni svolte da questa stessa Commissione in Colombia, per parlare con gli interlocutori che si occupano della questione.
La proposta che lei ci sottopone è molto innovativa, molto opportuna e interessante, ma vorrei chiedere questo: quale pensate possa essere l’incidenza di tale proposta - quella cioè che un Parlamento dell’Unione europea, o il Parlamento europeo stesso, chieda alla Corte penale internazionale di rivolgere la sua attenzione alla Colombia - rispetto alla possibilità di un processo di pace, che si è arenato, si è bloccato con i due gruppi maggioritari della guerriglia, le FARC e l’ELN? Infatti, siamo davanti a un paradosso: il Governo Pastrana dichiarò le FARC e l’ELN soggetti politici, e dichiarò che i narcotrafficanti non erano e non potevano essere considerati come tali. Con il Governo Uribe è successo l’esatto contrario. I narcotrafficanti sono diventati soggetti politici e la guerriglia è stata definita come terrorismo. Dunque capisco bene l’effetto che avrà questa idea per i cartelli della droga, per le AUC, per il signor Mancuso. Ma che effetto avrebbe sulla possibilità di riavviare un negoziato di pace? Voi pensate che questa proposta possa, se non influire, almeno indurre il Governo Uribe ad accettare questa via o no? BRUNO MELLANO. Parlerò in italiano. Sono interessato in modo specifico ad avere dal rappresentante parlamentare colombiano qualche notizia in merito ad Ingrid Betancourt, essendo un caso, questo, che coinvolge direttamente l’Europa e sul quale si potrebbe far leva anche a livello di opinione pubblica, oltre che di istituzioni democratiche europee, al fine di conseguire un maggior coinvolgimento dell’Europa nella situazione colombiana.
Inoltre, sarei interessato a conoscere la sua opinione in merito a questo altro punto di vista: sono un antiproibizionista il quale crede che tali situazioni locali possano essere risolte anche con un cambiamento complessivo di governo della droga, in un processo di legalizzazione internazionale. Sono consapevole del fatto però che tale soluzione non sia risolvibile a breve termine. Vorrei sapere se forme di legalizzazione possano consentire, in qualche modo, processi di avvicinamento ad una stabilizzazione del paese.
PRESIDENTE. Se non vi sono altri parlamentari che vogliano porre domande, do la parola al senatore Petro per la replica. GUSTAVO PETRO, Rappresentante del Polo democratico alternativo. Sposto un po’ l’argomento verso il caso delle FARC, che non è proprio un caso parallelo al fenomeno del paramilitarismo; non è che il paramilitarismo esista a causa delle FARC, questo è il modo in cui presenta la questione il Governo colombiano. Il paramilitarismo è una risposta feroce a un agire feroce della guerriglia colombiana. Questa però è una mezza verità: molta gente ha appoggiato il paramilitarismo perché è stata vittima della guerriglia, ma non è questa l’origine del paramilitarismo, che nasce, in concomitanza, dall’esigenza di costituire eserciti privati per tenere sotto controllo zone, territori, settori sociali, per farsi Stato al fine di agevolare l’attività di esportazione della cocaina. La guerriglia precede questo fenomeno, la sua origine risale alla guerra fredda, all’epoca in cui molti paesi del terzo mondo, molte aree della società latinoamericana decisero di costituire strutture armate per puntare a cambiamenti radicali. Le FARC risalgono a quell’epoca, sono un movimento guerrigliero contadino e molto legato all’orbita di Mosca. Allora non ebbero mai l’occasione di respingere lo stalinismo, perché la loro componente principale, il Partito comunista, poi trasformatosi nell’Unión Patriótica, fu sterminato. Le cifre che loro danno sono queste: quasi 4.000 militanti dell’Unión Patriótica assassinati, nel giro di non più di dieci anni; l’intero gruppo parlamentare dell’Unión Patriótica assassinato, non ne è rimasto neanche uno; idem per i loro candidati presidenziali.
In questo modo le FARC hanno perso il loro contatto con la politica, con il mondo, persino con la sinistra, non perché fossero loro a volerlo, ma perché glielo hanno distrutto. Da lì ha inizio la deriva delle FARC, senza peraltro rompere i legami con la dimensione contadina e lo stalinismo, sebbene ciò non appaia esplicitamente nel loro discorso. Bene, questo per cercar di spiegarvi che le FARC si sono isolate dalla società colombiana. Se oggi la società colombiana odia qualcosa, senz’altro odia le FARC più dei paramilitari: nonostante questi ultimi abbiano raggiunto livelli più alti di ferocia e di barbarie generalizzata rispetto alle FARC, la società colombiana ha una percezione invertita. A ciò hanno contribuito i mezzi di comunicazione, ma anche le FARC. E su quest’odio verso le FARC è stato costruito il progetto che oggi guida il Paese. Ma la realtà è che la società colombiana non vuole le FARC. E queste, che ormai non hanno un referente popolare - come qualsiasi guerriglia tradizionale latinoamericana lo avrebbe avuto, per un’obbligatoria esigenza politico-militare, nel contesto degli anni Settanta od Ottanta - almeno dal 1993 hanno cominciato a tassare la produzione di foglie di coca.
La Colombia non produceva la foglia di coca. Questa produzione è caratteristica dei discendenti dell’impero incaico, che la consideravano quale loro pianta sacra. Ciò sostanzialmente in Perù e Bolivia, perché la Colombia non ha mai fatto parte di quell’area fino all’anno 1993, data recentissima.
Le FARC esistevano già da una trentina d’anni, contavano poco più di trent’anni di vita guerrigliera, ma è allora che in Colombia si comincia a coltivare la foglia di coca, materia prima della cocaina. E i contadini destinano a questa coltura le aree dove avevano bisogno della foglia di coca perché nessun altro prodotto assicurava loro il sostentamento: ad esempio il margine esterno della foresta amazzonica, cioè appunto la zona dove operavano le FARC. È lì, dal 1993 in poi, che prende piede un’articolazione tra produzione di foglia di coca e FARC. Non solo là, ma anche in altre regioni del Paese dove le FARC non c’erano. Le FARC però cominciano a finanziarsi attraverso questa attività, che cresce, si estende, genera profitto, pur collocandosi all’inizio della filiera di produzione dello stupefacente, e così riescono ad infoltire i propri esigui ranghi facendone un esercito.
Diventano autoreferenziali: non hanno più bisogno dell’appoggio popolare - che era la base indispensabile di qualsiasi progetto guerrigliero collocabile a sinistra - per mantenere il proprio esercito. Anzi, direi che qualsiasi progetto guerrigliero in assoluto necessita dell’appoggio popolare. Nel loro caso invece è la base finanziaria a permetter loro di rimanere operativi come soggetto armato nelle campagne colombiane.
Ma a quel punto le loro azioni non sono più costruite su una valutazione della loro maggiore o minore convenienza allo scopo di acquisire popolarità in seno alla società colombiana. E fra queste azioni rientra la cattura sistematica di civili, nonché di militari e soldati, tra i quali anche Ingrid Betancourt e molti altri colombiani. Per noi, Ingrid è colombiana. La nostra percezione è diversa da quella del mondo francofono, che la vede come cittadina francese. Questo modifica radicalmente la prospettiva, e ci crea un certo disagio.
A questo punto ci sono delle domande cui vorrei rispondere in tale contesto. Il «caso Ingrid» può contribuire, ad esempio, a far sì che l’Europa assuma un ruolo più attivo in funzione dell’accertamento della verità sul rapporto narcotraffico-Stato da parte della società colombiana? Sulla base dell’esperienza concreta degli ultimi anni, credo di no. Finché Francia, Belgio e parte della Svizzera percepiranno Ingrid come una francese, un’europea, praticamente il collegamento con il problema colombiano si perderà agli occhi del cittadino francese, che ovviamente ignora tutto quanto vi ho sin qui raccontato e ancor più la storia della stessa Ingrid come personalità politica in Colombia. Tutto ciò svanisce, perché il caso si trasforma allora in uno fra i tanti che si verificano in altri Paesi, i vostri compresi, quando giornalisti o altre persone di nazionalità europea sono sequestrati - che so, in Iraq - e si pone l’esigenza di liberare una vostra cittadina o cittadino, dimenticando un po’ la situazione della società in cui ha avuto luogo il sequestro. No, posso anche sbagliarmi, ma penso che ciò che deve indurre l’Europa a svolgere un ruolo molto più attivo - perché comunque l’Europa non si è disinteressata della situazione colombiana, ma può attivarsi di più - è il fatto che in Colombia si sta verificando la maggior crisi umanitaria del continente americano. Certo, il problema non è statunitense, riguarda i colombiani, ma è una delle più grandi crisi umanitarie del mondo. Se siamo per un mondo senza crisi umanitarie, in cui tutti i cittadini del globo siano titolari di diritti garantiti, allora alla Colombia va riservata una considerazione prioritaria. Dall’Europa non si riesce a mettere realmente a fuoco il problema.
Non saranno le pressioni internazionali a smuovere le FARC. Qui mi riferisco ad un’altra domanda rivoltami. Dato che non hanno più nessun referente esterno, le FARC possono crescere senza bisogno dell’appoggio popolare, e ancor meno di quello internazionale, pur mantenendo, in effetti, reti di appoggio internazionale risalenti all’epoca della guerra fredda, perché da altre angolazioni le FARC possono esser viste come un esercito rosso - il più grande del mondo - che cerca d’impadronirsi del potere, e quindi come una riedizione del potere sovietico.
Ebbene, ciò è irreale, è una visione che si può costruire, ma da lontano: nel mondo reale colombiano non è più vera, semplicemente le FARC non sono un esercito rosso. Sono un esercito contadino, perché non voglio nemmeno schierarmi con Uribe, che pensa siano un gruppo di terroristi pazzi, malvagi, dementi. Invece sono, in parte, un prodotto del conflitto colombiano, ma non hanno nessuna chance di arrivare al potere, non vinceranno; sono riuscite ad attirarsi l’odio della società colombiana, sono sempre più criminali di guerra, sempre più colpevoli di crimini contro l’umanità, appunto perché non hanno bisogno della popolarità. E sempre più attingono i loro finanziamenti da alcune fasi della filiera del narcotraffico.
Che funzione può svolgere la Corte penale internazionale nella ricerca di una soluzione a questo conflitto? Voglio essere ben compreso. Io non ho chiesto che la Corte penale internazionale venga oggi stesso, nella pienezza delle sue competenze, a fare processi in Colombia. Anzitutto questo potrebbe essere un ostacolo per la pace, e in secondo luogo sarebbe la dimostrazione del fallimento di noi colombiani. Quando noi stessi non siamo in grado di risolvere i nostri problemi e un’istanza sopranazionale lo deve fare al nostro posto, come società abbiamo fallito. Non è che non possa accadere, ma non vorremmo che succedesse. Almeno, nel mio partito si è convinti che è possibile far compiere questo sforzo alla società colombiana. Ciò che abbiamo chiesto, e dev’essere ben chiaro, è che, pur non negando affatto, né contrastando la competenza della Corte penale internazionale, vogliamo che ci sia un lasso di tempo intermedio, una parentesi. E la missione di osservazione, che non significa l’acquisizione di competenza da parte della Corte, ma è l’invio di funzionari per una sorta di studio preliminare, ci serve per far capire con chiarezza che la Corte pur non agendo per il momento, è in grado di agire.
È questo il messaggio di cui abbiamo bisogno affinché i capi dei paramilitari comincino a parlare e la guerriglia e i suoi capi prestino orecchio al messaggio. Se i capi dei paras parlano, disponiamo di una verità acclarata che ci consente di spezzare i rapporti tra narcotraffico e Stato, che ci schiude cioè la strada verso la democratizzazione della Colombia. E se apriamo la strada verso la democratizzazione del Paese, che fra l’altro dovrebbe avere come primo punto di discussione la restituzione delle terre agli sfollati e la confisca da parte dello Stato della terra accaparrata dalle mafie, questo automaticamente ci darebbe la riforma agraria, che è poi la strada per risolvere in modo politico e pacifico il problema delle FARC, le quali sono appunto di origine contadina.
Dunque, tutto ciò in qualche modo è interconnesso: se abbiamo un’opportunità per costruire la pace, passa per la «de-paramilitarizzazione» del Paese e per una riforma agraria nazionale. Entrambe le cose richiedono la democrazia e la verità. La questione della legalizzazione della droga, che è un discorso di portata mondiale, non la possiamo affrontare noi, a meno che non ci invadano come hanno fatto in Afghanistan. Io credo che se si legalizza la droga le mafie della droga cessano di esistere, ma per raggiungere quest’obiettivo le decisioni vanno prese a livello mondiale. Mi pare di aver risposto a tutto.
PRESIDENTE. La ringrazio per il suo intervento.
Dichiaro conclusa l’audizione.
La seduta termina alle 16.05.
Audición de Gustavo Petro, representante del Polo Democrático Alternativo sobre la situación de los derechos humanos en Colombia.
PRESIDENTE. El orden del día se aprueba, alrededor de la investigación conositiva sobre la violación de los derechos humanos en el mundo, la intervención de Gustavo Petro, representante del PDA.
El senador Petro está acompañado del Dr. Bernardo Zuluaga,coordinador del PDA italia, del Dr. Felipe Arango, miembro del comité y de Leonardo Maza, responsible de las comunicaciones del comité.
Les agradezco su presencia. No es la primera vez que afrontamos en esta sede permanente sobre los derechos humanos el problema de Colombia.
Le doy la palabra al senador Petro, para su informe GUSTAVO PETRO, Representante del PDA. Les agradezco la atención que me dan a mi y en substancia, a Colombia.Hablaré de mi percepción basada en quince años de experiencia en la vida parlamentaria colombiana, de lo que me parece está sucediendo en el país y especialmente de la posibilidad de iniciativas internacionales en favor de Colombia, en un campo que para nosotros es crucial; los derechos humanos.
Colombia tiene una serie de records en las estadísticas contemporaneas:es uno de los países con mayor desigualdad social. América Latina es la región con mayor disparidad, pero Colombia está de lejos en los primeros puestos por disparidad social. Además es uno de los países más violentos, con una tasa de omicidios por cada 100.000 habitantes, especialmente en el pasado reciente,la más alta del mundo. Hoy en día está entre los primeros después de Iraq y otros países. Colombia tiene uno de los mayores índices de desplazamiento forzado de la población, al interno y cada vez más, al externo de país. Compite por el primer puesto con el Sudán e Iraq. Las estadísticas actuales hablan de 36000000 personas desplazadas con la fuerza de sus tierras dentro de Colombia. Además es el país del continente americano en donde en los últimos cuarenta años, aún incluidas las dictaduras del Cono Sur y los episodios de guerra revolucionaria y contrarevolucionaria de centro américa, los crímenes contra la humanidad provocan el mayor número de víctimas y cometidas con la más grande ferocidad. Esta es hoy Colombia. Un país en donde según el Procurador general de la nación , existen 4000 fosas comunes no localizadas, con alrededor de 30000 cuerpos hechos pedazos. Es tal vez el único país del mundo en donde, en ciertas regiones, se ha jugado a futbol, pero no con balones como en otros países del mundo como Italia o Argentina, sino con cabezas humanas. Es el país en donde en la violencia reciente han muerto en los últimos ocho años más de 200.000 colombianos y donde hay cerca de 4.000.000 de ciudadanos que viven en el extranjero, cifra que aumenta diariamente.
Cúal es la razón de esta situación? De estas estadísticas? En un discurso oficial, el gobierno colombiano diría simplemente “Porque existe el narcotráfico…” o si no “ Porque ,no se sabe de do,de, ha aparecido una banda de terrorristas que cometen éste tipo de violaciones y crimenes contrala humanidad.” Si fuesen las FARC las que hablasen desde ésta tribuna, dirían que es la respuesta de un estado terrorrista contra la lucha revolucionaria. El problema es mucho más complejo de estos dos discursos e intentaré explicarlo.
Colombia, al igual del resto de América Latina, ha soportado primero el legado del feudalismo español, que nos ha lanzado en el siglo XX en condiciones claras de disigualdad social y profundo atraso en las relaciones productivas y sociales en el campo. El mundo ruralcolombiano continúa a ser determinante en el país. De 44 millones de colombianos, 15 viven todavia en el campo. Pero al igual que en la mayoría de países de América Latina, durante el siglo XX se ha generado una polarización social que en el contexto de la guerra fría se intentó solucionar con las armas, las guerras. Se han conformado movimientos guerrilleros de tipo socialista o comunista y hasta las fuerzas armadas, como los demás ejércitos latinoamericanos, han creado con el auxilio de la doctrina de seguridad nacional elaborada en los Estados Unidos, una estrategia anti-insurreccional basada en una comprensión de amplia escala de los derechos humanos sobre la restricción de la democracia.
El país, como el resto de América Latina, ha vivido una época de estado de sitio, prácticamente de dictadura civil, sin garantías para el ciudadano. Pero con el andar del tiempo, y ésta es la hitoria específica de Colombia, se ha producido una diferenciación que es indispensable conocer: su principal característica es que los escuadrones de la muerte constituidos por el ejército colombiano para golpear las bases de apoyo popular de las guerrillas comunistas de los años sesenta, muy rápidamente y en modo muy característico, muy colombiano,se conectaron con el narcotráfico.
Este era en substancia, una mafia radicada en las grandes ciudades, existente hace unos cuarenta, o más bien, trenta años. Comenzó a difundirse en el paìis exportando inicialmente mariguana,después cocaina, pero era un fenómeno puramente urbano. Poco a poco , mientras sugía la necesidad de colocar sus pistas de decolaje para la exportación de coca en lugares más bien apartados de las grandes ciudades, pero muy cerca al mar para poder llegar a los Estados Unidos o a Europa, comenzó a tener la necesidad de una cierta cobertura, en términos de seguridad. Comenzó a construir aquello que yo defino el modelo de seguridad privado mafioso: un sistema que le permitiese proteger las pistas de donde decolaban 10 o 15 vuelos diarios de pequeños aviones, que regresaban cargados de dolares.Por meses, por años, éste ha sido el modelo de base de la economía del narcotráfico. Para poder aplicarlo, necesitaban de un apoyo de la sociedad y del estado alrededor de las pistas. Mantenimiento de las pistas, mayor exportación de coca, mayor necesidad de controlar la sociedady las articulaciones territoriales del estado, con este fín el narcotráfico ha recurrido a dos instrumentos:el primero, aquel utilizado por cualquier mafia, el dinero. El segundo, el terror para lograr el silencio de la sociedad que los rodea alrededor de su actividad.
Es lo que yo defino la construcción social de una ruta para la exportación de la droga. Tenían la necesidad que la sociedad no tuviese ni la capacidad, ni la resistencia, ni la capacidads de oposición a su proyecto. El método no ha sido otro que el terror ya utilizado en otros lugares del mundo, incluso Europa. Métodos que permitiesen aterrorizar hasta tal punto a los ciudadanos,de obligarlos a dejar de serlo. Eliminar sus estructuras asociativas, su capacidad de resistencia y oposición a tal modelo.
Se comenzó a crear una tecnología de la muerte siempre más sofisticada. Esta tecnología de la muerte, no estoy diciendo nada nuevo, implica no solo el simple asesinato de un ser humano por una razón x- porque es dirigente, porque se opone, porque puede perjudicar la posibilidad de exportar cocaina, porque hace parte de un proyecto que se opone a el proyecto mafioso- el asesinarlo de tal manera que los sobrevivientes puedan después contar a todos los habitantes de la zona:”Lo mataron así, no se hagan ilusiones sobre la necesidad de callar”. Este tipo de omicidio se distingue por la modalidad;descuartizamiento,masacres, gente cortada a pedazos aún viva. Matanza de recién nacidos, niños, mujeres, fosas comunes, irrupción en los caserios con el incendio de las casas y el exterminio de los habitantes, pero siempre dejando algún sobreviviente para que pueda contar. Asesinar a estas personas de tal forma de aterrorizar a los que sobreviven.
Por esto es el incremento de los desalojos forzados de gente que huye aterrorizada de su propia región. Y de ahí el crecimiento de los casos de vilación de los derechos humanos en las estadísticas innternacionales al respecto. Pues bien, estos poderes mafiosos no son los únicos violadores de los derechos humanos, porque al mismo tiempo usan otros instrumentos distintos del terror para constringir al silencio la sociedad que rodea el mecanismo de exportación de la coca. El otrto instrumento es la adquisición de las estructturas estatales circundantes. No solo el tapabocas a la sociedad sino también la coaptación al estado. Empiezan por el jefe local de la policía, del juez, del procurador, del alcalde, del concejal municipal, de la autoridad militar más cercana, de los dirigentes políticos regionales, los cuales si no se someten o se van, son asesinados. Poco a poco, mientras el proyecto mafioso se extiende a todo el país, ha crecido la influencia ejercida por el narcotráfico sobre el ejército, sobre la policía, sobre el parlamento nacional, sobre la vida política, sobre el aparato judiciario.Mientras crecían las cifras de los omicidios y violación de los derechos humanos, crecía también la capacidad de penetración al estado. Esta historia ha durado trenta años y hoy estamos ante el hecho que buena parte de los poderes en Colombia, “pertenecen” al narcotráfico Prácticamente no existe ámbito de la vida productiva, económica, social o política en Colombia que no sufra la influencia , positiva o negativa, de los poderes mafiosos. Esto nos ha llevado a una situación de profunda desigualdad social pues el consolidamiento de estos poderes mafiosos radicados en el territorio no ha servido sólo para la exportar coca a los píses desarrollados, sino también para concentrar las riquezas locales, en primer lugar la tierra, luego los recursos naturales, in primus el petrolio, luego los recursos públicos, el presupuesto del municipio, hasta que los detentores del poder local logren convertirse en grandes acaudalados, desposeyendo ilegalmente a la sociedad silenciada por el terror. Este proceso no da pie sólo a violaciones del de los derechos humanos, sino también a la desigualdad social y pérdida de los derechos de los ciudadanos, pérdida de la democracia en términos absolutos. Por lo tanto, Colombia hoy puede gozar, o puede ostentar una constitución política profundamente democrática, con elecciones cada cuatro años, pero al mismo tiempo uno de los panoramas más preocupantes en cuanto a la violación de los derechos humanos. Parece democrática pero en realidad, en gran parte de su territorio millones de ciudadanos están sometidos a un régimen dictatorial totalitario y mafioso que controla la vida , regula hasta los más mínimos detalles de la vida privada; como se viste, como se habla, que cosa se puede decir o no,pena de muerte inferta con el sistema de la tecnología del terror.
El gobierno del Presidente Uribe ha decidido negociar con estas formaciones que hoy son los principales exportadores de cocaina y ha establecido con ellos una tratativa política, una tratativa sobre el poder. Y el narcotráfico le ha sonsacado una especie de mecanismo de legitimación de su poder en la sociedad colombiana a través de la llamada Ley para la Justicia y la Paz, aprobada por el parlamento, entre otras con una mayoría que fué posible conformar sólo gracias al apoyo de parlamentarios amigos del narcotráfico que hoy están encarcelados. Estaban elaborando una ley para la impunidad que habría consentido a los jefes de los ejércitos privados, gozar de las propias riquezas amasadas con la sangre y la destrucción; de mantener su propio poder político y no pagar nisiquiera un año de cárcel. Hace tres años la Corte Constitucional, después de nuestra oposición en el parlamento, ha decidido modificar drásticamente ésta ley ya aprobada a través de la declaración de inconstitucionalidad. Como primera cosa le quitó el status “político” a los ejércitos privados del narcotráfico. Haciendo esto, se ha pasado de una negociación política, como quería el Presidente, a una política de sometimiento a la justicia de los paramilitares y de justicia lograda mediante actos judiciales. Como condición sine qua non para usufruir de los beneficios judiciales se ha fijado la existencia de una confesión completa y verídica. >De esta manera se han cambiado radicalmente las reglas de las negociaciones entre el gobierno y el paramilitarismo colombiano. La Corte ha cambiado la ley, la ha impulsado en la dirección de una verdadera política de sometimiento a la justicia de la cual se puda descubrir toda la verdad, reduciendo la impunidad y ofreciendo un resarcimiento a las víctimas, que como he dicho son millones.
Desde entonces, la discusión en Colombia se basa alrededor del discurso de la verdad. Uno de los dirigentes o capos paramilitares, por desgracia de origen italiano, salvatore mancuso, ha decidido confesar parte de lo que sabe y entre la confesión de mas de seiscientos asesinatos y de una serie de hechos específicos, ha admitido, por ejemplo, que el entonces jefe de la policía colombiana,hoy embajador de Colombia en Austria, prácticamente había puesto toda una flotilla de helicópteros oficiales de la policía al servicio del paramilitarismo para exportar cocaina.ha confesado, también, que durante años los dos grupos económicos más importantes del país, habían establecido financiar el proyecto paramilitar. Ha confesado, por ejemplo, que las principales multinacionales norteamericanas e inglesas, las primeras del ramo bananero a nivel mundial,- las bananas colombianas que también consumen ustedes- y las segundas a nivel petrolífero, habían financiado, aún más, los bananeros habían incluso conformado, ejercitos privados que se habían puesto de acuerdo con los paramilitares. Incluso ha confesado que el actual vice-presidente de la república, había propuesto, naturalmente antes de asumir sus funciones, la conformación de un frente paramilitar en la capital del país, Bogotá.
Tal ha sido la potada de sus confesiones, que ha dersencadenado una verdadera crisis política. Hoy, diez sznadores de la república están encarcelados por sus legámenes con el paramilitarismo. La Corte Suprema los ha hecho arrestar ey encarcelar y se alista en estos días, a arrestar otros veinte que ya son indagados. Son más de cien los dirigentes políticos de alto rango del uribismo que hoy se encuentran en la cárcel. El director de la inteligencia, el cual responde directamente ante el gobierno del Presidente Uribe, director del DAS (Departamento Administrativo de Seguridad) está hoy detenido debidoa sus vínculos con los paramilitares. Les entregaba fondos públicos, pertenecientes al aparato de inteligencia e informaciones reservadas, para que los paras pudieran asesinar a dirigentes sindicales. Hoy es claro qhe ha habido, o hay, una estrecha relación entre el narcotráfico y paramilitares, de una parte y y el estadode la otra y que es gracias a tal legitimación que se ha podido perpetuar una mole semejante de crímenes contra la humanidad.
Hoy, por lo tanto, el país se haya anteuna encrucijada: puede tomar la vía de la completa verdad para lograr separar totalmente el estado del narcotráfico. Un camino que nos permitiría en primer lugar, reducir el poder del narcotráfico, salvar al menos el poder del estado, el poder político, el cual es el poder por excelencia y garantizar una transición democrática, no en el sentido de un cambio constitucional, el cual ya existe, sino en el sentido de lograr que todo el territorio nacional y sus 44 millones de colombianos puedan vivir en democracia.
Este camino se puede hoy tomar y recorrer. Todo depende del hecho que a través de los beneficios jurídicos y los descuentos de penas, se logre inducir a estos jefes a confesar toda la verdad. La verdad se ha convertido en el pilastre que nos podría permitir llegar a la democracia, realizando la separación entre narcotráfico y estado y logrando en lo posible una solución pacífica al conflicto armado colombiano, la paz. Pero existe otro camino posible. Hace unos pocos meses el Presidente de la República ha intervenido con un discurso ya que el gobierno no ha aprobado el cambio introducido por la Corte Constitucional en la tratativa con los paramilitares. En su discurso, el Presidente ha anunciado la excarcelación de los políticos arrestados en cuanto paramilitares por la Corte suprema y otros organismos judiciales. En suma, de csus amigos. Durante éste discurso también anunció que los jefes paramilitares detenidos podrían descontar las propias penas en las granjas agrícolas. Esto, en colombiano, el cual no es exactamente igual al español, quiere decir en sus propias haciendas, cosa que los paramilitares habían pedido desde el comienzo. En pocas palabras, esto significa no perder el propio poder a nivel local, ni el poder político, ni las propiedades ni descontar un solo día de cárcel.Este discurso pronunciado por el Presidente personalmente, ha logrado que tras la primera confesión de Mancuso, ningún otro jefe paramilitar haya vuelto a testimoniar. Al contrario, el principal y único diario del país ha referido ayer que durante las últimas tres semanas las llamadas testimonianzas judiciales se han convertido en fiestas. Mientras cientos de madres llegan en busca de sus hijos masacrados y esperan frente al Palacio de Justicia a que el capo paramilitar declare donde están sus hijos, estos señores han organizado en las calles aledañas al tribunal, verdaderos carnavales con alcohol, orquestas y festejamientos, en el tentativo de parecer líderes políticos amados por la población.
No han vuelto a comenzado a confesar. Vale decir que el camino que estamos recorriendo en estos momentos es aquel de la impunidad, del encubrimiento de las relaciones entre los paramilitares y el estado; ésto a partir del discurso en donde el Presidente de la República les ha prometido sus propiedades agrícolas y ninguna cárcel. Si el camino que hemos emprendido es éste, Colombia asistirá a un recrudecer del paramilitarismo en vasta escala (ya, de hecho, son 8000 combatientes reclutados por el paramilitarismo en el país). Aumentará la capacidad del paramilitarismo de aprisionar al estado y entre guerras y tráfico de droga nos preparamos a vivir durante los próximos meses o años, una situación realmente insostenible con un estado que fracasó y no lgra construir la democracia.
La encrucijada es esta y todo depende de la verdad. El partido que represento, el Polo Democrático, fundado hace apenas tres años, perteneciente a la izquierda democrática del país, ha decidido apostar todo alrededor de la reafirmación de la verdad en Colombia, para poder romper las relaciones entre el narcotráfico y el estado. Si embargo, no parece que éste sea el camino prendido.
La propuesta muy concreta que les propongo, porque hasta ahora hemos hablado de la realidad interna colombiana, es la siguiente/ de cual manera puede Europa e Italia contribuir en este proceso? A partir del conocimiento de la situación colombiana, sólo nosotros los colombianos podemos dar una solución real. Podemos si lo deseamos, construir los caminos de salida más inteligentes y adecuados a la situación que atraviesa el país.Pero en el camino de la verdad, de la presión de ejercitar sobre los jefes paramilitares para inducirlos a confesar la naturaleza de las redes que han construido entre la política, aparato estatal y narcotráfico,para poder desenmascararlos y destruirlos, existe un instrumento que se ha quedado sin utilizar y que hoy me parece inpresindible: la Corte Penal Internacional.
El hecho es que estamos hablando de crímenes de guerra y de autores de crìimenes de lesa humanidad, no de cualquier delincuente, además de los mayores traficantes de coca que haya en el mundo. La Corte Penal Internacional, Colombia es firmataria del Tratado de Roma, podria enviar una comisión de observación, sencillamente para tomar acto in situ de aquello que está sucediendo en el país. Para la Corte sería importante si en el transcurso de dos o tres años, tomara la juridicción, esperemos que no haya la necesidad, sobre mi país.Para nosotros sería de gran importancia pues a los jefes del paramilitarismo les llegaría un mensaje. No sólo a los paramilitares, sino también a los jefes de la guerrilla colombiana.
Ahora trato de llegar a la conclusión de mi intervención, pues como buen colombianome estoy alargando demasiado.La misión de observación de la Corte Penal Internacional de hecho le diría a los jefes del paramilitarismo y de la guerrilla que se no se comienza una negociación, si no hay una confesión completa y veraz como lo dispone la Corte constitucional, frente a la justicia colombiana hoy, el resultado final es que ellos mismos podrán ser juzgados por la Corte Penal Internacional y entonces no serían condenados a un máximo de ocho años de prisión como lmo dice la ley colombiana, sino a una sentencia de por vida Es que se trata de crímenes de guerra y de los autores de crímenes contra la humanidad más feroces de los últimos cuarenta años del continente americano. Es indispensable que éste mensaje se envìie hoy, porque si después, ante ésta presión, ellos deciden confesar, entonces construiremos el camino que yo defino de la verdad, que es además el de la transición a la democracia y a un estado fundado sobre principios democráticos.De esta forma se evitaría que la Corte penal Internacional llegase un día a funcionar en el país. Un camino de fortalecimiento democrático de la sociedad y del estado colombianos. La Corte Penal Internacional actúa a través de mecanismo que son los de ciudadanía. Por qué la Corte ha decidido ponerle atención al Congo y no a Colombia? Esta no es una decisión predeterminada. Depende de una serie de decisiones consensuales entre los componentes de la Corte, o del deseo del presidente mismo de la Corte. Fundamentalmente de situaciones de índole política, en el sentido más amplio de la palabra. Pero si fuerzas políticas, parlamentarios, fuerzas organizadas de la sociedad europea se movilizaran para pedirle a la Corte Penal Internacional el envío de una misión de observación, no más de tres funcionarios que por algunos meses puedan sobre el terreno desenvolver una actividad de recoger información, esto para nosotros se traduciría en el mensaje que la Corte Penal Internacional puede llegar a tener competencia en nuestro país y verdaderamente pondría en movimiento el proceso.
De esta manera nos darían una gran ayuda, inclusive, ésta sería la más grande ayuda que nos podrían ofrecer. No cuesta un euro en términos económicos o financieros, fuera del costo de los funcionarios de la Corte en Colombia, pero desde el punto de vista del efecto político sobre el proceso colombiano, permitiría a muchas fuerzas de la sociedad colombiana el seguir adelante por el camino de la verdad, de la democracia y por lo tanto de la paz. De hecho, la solución al conflicto armado que dura ya hace más de cuarenta años, no es otro que el de la democracia, cosa que no hemos logrado comprender en estas tratativas. Me paro aquí. Si hay preguntas _ no sé como funcione su mecanismo parlamentario _ contesto con mucho gusto. PRESIDENTE. Tenemos alrededor de quince, veinte minutos para contestar eventualmente a preguntas que los parlamentarios deseen formular.
Para ello están presentes la honorable Tana DE Zuleta del grupo de los Verdes, la honorable Sabina Siniscalchi y el honorable Ramon Mantovani del grupo Refundación Comunista, el honorable Alessandro Forlani de la Unión de Democratas Cristianos, así como la honorable Margherita Boniver de Fuerza Italia, la cual está llegando en este momento.
RAMON MANTOVANI. En esta misma aula durante la época del gobierno Pastrana, se reunió la comisiónnegociadora entre Victor G. Ricardo, Raul Reyes y sus respectivas delegaciones. Este Parlamento ha siempre reservado una gran atención a las violaciones de los derechos humanos en Colombia, ya sea en el ámbito de su actividad ordinaria, como en el curso de las misiones reralizadas por esta misma Comisión en Colombia para hablar con los interlocutores que se ocupan del problema. La propuesta que usted nos hace es muy inovativa, oportuna e interesante, pero quisiera preguntarle lo siguiente:cúal crée que pueda ser la incidencia de tal propuesta - aquella que un parlamento de la Unión Europea, o un parlamento europeo pida a la Corte Penal Internacional de ponerle atención a Colombia- respecto a la posibilidad de un proceso de paz, que se ha estancado con los dos grupos mayoritarios de la guerrilla, las FARC y el ELN?
De hecho estamos ante una paradoja; el gobierno Pastrana declaró a las FARC y al ELN sujetos políticos y declaró que los narcotraficantes no eran ni podían ser considerados como tales. Con el gobierno Uribe ha sucedido lo contrario. Los narcotraficantes se han convertido en sujetos políticos y la guerrilla ha sido definida como terrorista. Por lo tanto entiendo bien lo que ésta idea significapara los carteles de la droga, para las AUC, para el señor Mancuso. Pero cual efecto tendría sobre la posibilidad de reiniciar un negociado de paz? Ustedes creen que esta propuesta pueda, si no influir, al menos inducir al gobierno Uribe a aceptar o no, este camino?
BRUNO MELLANO. Hablaré en Italiano. Estoy interesado de manera específica en tener del representante colombiano alguna noticia en relación con Ingrid Betancourt, siendo este un caso que le interesa directamente a Europa y sobre el cual se podría interesar a la opinión pública, además de a las instituciones democráticas europeas, para conseguir una mayor participación de Europa en la situación colombiana. Además, estaría interesado en conocer su opinión en relación con el siguiente punto de vista: soy un autoprohibicionista el cual cree que tales situaciones locales puedan ser resueltas también con un cambio completo del gobierno de la droga (sic) en un proceso de legalización internacional. Soy conciente que esta situación no puede ser resuelta en breve término. Quisiera saber si formas de legalización podrían permitir de algún modo a acercamientos hacia una estabilización del país.
PRESIDENTE. Si no hay otros parlamentarios que deseen hacer preguntas, le doy la palabra al senador Petro para las respuestas.
GUSTAVO PETRO, representante del Polo Democrático Alternativo. Desvío la conversación hacia el caso de las FARC, el cual no es exactamente un caso paralelo al fenómeno del paramilitarismo. No es que el paramilitarismo exista a causa de las FARC. Esta es la manera en la cual el gobierno presenta el problema. El paramilitarismo es una respuesta feroz a una actuación feroz de la guerrilla colombiana. Pero esto es media verdad: mucha gente ha apoyado el paramilitarismo porque ha sido víctima de la guerrilla. Pero éste no es el origen del paramilitarismo, el cual nace en concordancia con la necesidad de conformar ejércitos privados para controlar zonas, territorios, sectores sociales, para hacer estado con el fin de facilitar la exportación de cocaina.
La guerrilla es anterior a este fenómeno, su origen salea la guerra fría, a la época cuando muchos países del tercer mundo, muchas areas de la sociedad latinoamericana decidieron conformar estructuras armadas apuntadas hacia cambios radicales. Las FARC se remontan a aquella época. Son un movimiento guerrillero campesino muy ligado a la órbita de Moscú. En ese entonces no tuvieron jamás la ocasión de rechazar el estalinismo porque su principal componente, el Partido Comunista, después transformado en Unión Patriótica, fué exterminado. Las cifras que ellos dan son las siguientes: casi 4000 molitantes de la UP asersinados en el giro de diez años. El entero grupo de parlamentarios de la UP asesinado, no ha quedado nisiquiera uno; idem para su candidato presidencial.
De esta forma las FARC han perdido su contacto con la política, con el mundo, hasta con la izquierda, no porque lo quisieran, sino porque se los han destruido. Allí inicia la deriva de las FARC, sin , entre otras, romper sus legámenes con la dimensión campesina y el estalinismo, si bien ello no aparezca explícitamente en su discurso.
Bueno, esto para intentar explicarles que las FARC se han aislado de la sociedad colombiana. Si hoy la sociedad colombiana odia algo, sin duda odia más a las FARC que a los paramilitares. A pesar que éstos han alcanzado niveles más altos de ferocidad y barbarie general, en relación con las FARC, la sociedad colombiana tiene una percepción invertida. A esto han contribuido los medios de comunicación pero también las FARC. Y sobre este odio hacia las FARC está apoyado el proyecto que hoy dirige el país. Pero la verdad es que la sociedad colombiana no quiere a las FARC. Y estas, las cuales han perdido su referencia popular- como cualquier guerrilla tradicional latinoamericana la habría tenido por una exigencia político-militar en el contexto de los años sesenta a ochenta- al menos desde 1993 han iniciado a tasar la producción de coca.
Colombia no producía la hoja de coca. Esta producción es característica de los decendientes del imperio incaico, los cuales la consideraban como su planta sagrada. Esto principalmente en Bolivia y Perú porque Colombia no ha hecho parte jamás de aquel área, sino hasta 1993, fecha muy reciente.
Las FARC existían ya desde hacía unos treinta años. Llevaban un poco más de treinta años de vida guerrillera cuando en Colombia se comienza a cultivar la hoja de coca, materia prima de la cocaina. Y los campesinos le dedican areas a este cultivo donde tenían necesidad dehoja de coca porque ningún otro producto les aseguraba el sostenimiento: por ejemplo a los márgenes externos de la selva amazónica, o sea donde operaban las FARC. Y ahí, desde 1993 en adelante , toma forma una articulación entre la producciónde hoja de coca y las FARC. No solo allí sino también en otras regiones del país donde no estaban las FARC. Pero las FARC comenzaron a financiarse a través de esta actividad, la cual crece, se extiende, genera ganancias a pesar de colocarse al inicio del proceso de producción del estupefaciente y de ésta manera logran aumentar sus exiguas fuerzas, formando un ejército.
Se convierten a sí mismos en el único punto de referencia. No tienen necesidad del apoyo popular - lo que era la base indispensable de cualquier proyecto guerrillero situado en la izquierda- para mantener su propio ejército. Aún mas, diría que cualquier proyecto guerrillero tiene necesidad absoluta del apoyo popular. En el caso de ellos es, en cambio, la base financiera a permitirles mantenerse operativos como sujeto armado en el campo colombiano.
Pero en ese momento, sus acciones ya no están basadas más sobre una evaluación de su mayor o menor conveniencia con el objetivo de adquirir popularidad en el seno de la sociedad colombiana. Y entre estas acciones están inseridas la captura sistemática de civiles, así como de militares y soldados, entre los cuales Ingrid Betancourt y muchos otros colombianos. Para nosotros Ingrid es colombiana. Nuestro punto de vista es diferente al del mundo francófono que la ve como francesa. Esto cambia totalmente las perspectivas y crea algún malestar.
A este punto hay preguntas a las cuales quisiera responder dentro de este contexto.El “caso Ingrid” puede contribuir, por ejemplo, a hacer que Europa asuma un papel más activo en función de verificar la verdad sobre la relación narcotráfico-estado de parte de la sociedad colombiana? Sobre la base de la experiencia concreta de los últimos años, créo que no. Mientras que Francia, Bélgica y parte de Suiza perciban a Ingrid como francesa, una europea, prácticamente la relación con el problema colombianose perderá de vista a los ojos del ciudadano francés, el cual obviamente ignora todo lo que les he contado y aún menos la hitoria de la misma Ingrid como personalidad política en Colombia.Todo esto desaparece pues el caso se convierte en uno de los tantos que se verifican en otros países, los de ustedes incluidos, cuando periodistas u otras personas de nacionalidad europea son secuestrados-no sé, en Iraq- y se hace la exgigencia de liberar a uno de sus ciudadanos o ciudadanas, olvidando un poca la situación de la sociedad donde a tenido lugar el secuestro.
No. Puedo equivocarme, pero creo que lo que debe inducir a Europa a desenpeñar un papel mucho más activo, porque Europa no se ha desinteresado de la situación colombiana pero puede hacer mucho más, es el hecho de que en Colombia se está verificando la mayor crisis humanitaria del continente americano. Claro, el problema no es estaudinense, compete a los colombianos, pero es una de las mayores crisis humanitarias del mundo.Si estamos a favor de un mundo sin crisis humanitarias en donde todos los ciudadanos del globo sean titulares de los derechos garantizados, entonces a Colombia le viene resrvada una consideración prioritaria.Desde Europa no se logra realmente enfocar el problema. No serán las presiones internacionales a mover a las FARC. Aquí me refiero a otra pregunta que se me hizo. Ya que no tienen mas ninguna referencia externa, las FARC pueden crecer sin el apoyo popular y aún menos sin el internacional, a pesar de mantener redes de apoyo internacionales que se remontan a la época de la guerra fría, porque desde otros ángulos las FARC pueden ser miradas como un ejército rojo- el más grande del mundo- que busca posesionarse del poder y entonces como una re-edición del poder soviético.
Bueno, esto es irreal, es una visión posible de construir pero desde lejos. En el mundo real colombiano no sigue siendo cierta. Sencillamente las FARC no son el ejército rojo. Son un ejército campesino, porque no quiero ponerme de parte de Uribe , el cual cree que sea un grupo de terrorristas locos, malvados, dementes. Son, en cambio, un producto del conflicto colombiano, pero no tienen ninguna chance (sic) delegar al poder. No vencerán. Se han ganado el odio de la sociedad colombiana, cada vez son mayores criminales de guerra, siempre más culpables de crímenes contra la humanidad, hasta el punto que no tienen necesidad de la popularidad. Y cada vez más obtienen su financiación de algunas fases del filón del narcotráfico.
Cual función puede ejercer la Corte Pena Internacional en la búsqueda de una solucióna éste conflicto? Quiero ser bien entendido. Yo no he solicitado que la Corte Penal Internacional venga hoy mismo en la plenitud de su competencia a hacer procesos en Colombia. En primer lugar, esto podría ser un obstáculo para la paz. En segundo lugar, seríala demostracióndel fracaso de nosotros los colombianos. Cuando nosotros mismos no estamos en grado de resolver nuestros propios problemas y lo debe hacer un organismo internacional en nuestro remplazo, como sociedad hemos fracasado. No es que no pueda suceder, pero no quisieramos que sucediese. Al menos en mi partido, estamos convencidos que sea posible lograr que la sociedad colombiana haga este esfuerzo. Lo que hemos pedido y debe quedar muy claro, es que, sin negar de hechon ni contrastar la competencia de la Corte Penal internacional, queremos que sea un lapsus de tiempo intermedio, un paréntesis. Y la misión de observación, lo cual no significa la asunción de competencia de parte de la Corte, sino el envío de funcionarios en una especie de estudio preliminar, nos sirve para hacer entender claramente que la Corte a pesar de no estar interviniendo por el momento, está en grado de hacerlo.
Este es el mensaje que necesitamos para que los jefes paramilitares comiensen a hablar y la guerrilla y sus jefes escuchen el mensaje. Si los jefes de los paras hablan, disponemos de una verdad aclarada que nos conciente romper las relaciones entre narcotráfico y estado, las cuales nos cierran el camino hacia la democratización de Colombia.Y si abrimos el camino hacia la democratización del país, que entre otras debería tener como primer punto de discusión la restitución de las tierras a los desplazados y la confiscación de parte del estado de la tierra acaparada por las mafias, esto automáticamente nos daría la reforma agraria, la cual es ,después,el camino para resolver en manera política y pacífica el problema de las FARC, las cuales son de origen campesino. Por lo tanto todo esto está conectado de alguna forma. Si tenemos la oportunidad de construir la paz, se pasa por la “des-militarización” del país y por una reforma agraria nacional. Ambas cosa requieren de la democracia y de la verdad. El problema de la legalización de la droga, el cual es un discurso de alcance mundial, no lo podemos enfrentar nosotros a menos que nos invadan como lo han hecho en Afganistán. Yo creo que si se legaliza la droga, las mafias de la droga cesarán de existir. Pero para lograr este objetivo las decisiones se deben tomar a nivel mundial.Creo haber contestado a todos.
PRESIDENTE. Le agradezco su intervención. Declaro acabada la audición.
La cesión termina a las 16.05